L’economia stagnante ha una implicazione, forse banale, ma che non viene spesso ricordata: ogni nuova ricchezza genera inevitabilmente una nuova povertà.
Se non c’è un aumento generale della ricchezza, se il PIL non cresce, ci si può arricchire solo a scapito di qualcun’altro. E se in questi anni di economia immobile c’è chi si è arricchito, allora altri si sono inevitabilmente impoveriti.
Il voto delle ultime politiche, ci viene ripetuto, ha evidenziato una Italia spaccata in due. In tanti hanno provato a spiegarci quale fosse la natura di questa lacerazione, non solo politica, ma sociale, economica, culturale, addirittura antropologica.
Ma se oggi c’è uno spacco dove prima non c’era, cosa e chi ha separato, chi ha visto sotto i propri piedi aprirsi la crepa prima e poi il precipizio? Chi si ritrova ora ai margini della faglia, e cosa vede allontanarsi dall’altra parte?
Lontano da questo nuovo dirupo, in territori opposti, i ricchi e i poveri erano separati da una pianura ampia, ma pure prima percorribile, fatta di abitudini, di possibilità, di amicizie, di luoghi e di rapporti: era questa la grande area di compensazione della società, il luogo delle mediazioni e della possibilità di realizzazione delle aspirazioni. Era questo il territorio, senza particolari soluzioni di continuità, della classe media.
Ed è proprio qui, tranciando questo territorio a metà che si è aperta la faglia, e aprendosi ha separando fratelli e amici che ora si guardano dai lembi opposti della ferita, senza più capirsi e sempre più da lontano.
Questo nuovo solco, tracciato con chirurgica precisione da cinque anni di governo Berlusconi e da questi poi rivelato con disarmante sincerità, getta in due fazioni contrapposte chi pensa che sia un dovere della società garantire a tutti le stesse opportunità e coloro che pensano che le corsie privilegiate di cui gode il figlio del professionista non siano incidenti di una società imperfetta, ma diritti acquisiti e doverosamente trasmissibili per via ereditaria.
Fra chi pensa che ogni accumulo di ricchezza contragga un debito sociale e chi quel debito non solo non riconosce, ma che anzi ritiene un diritto non pagare le tasse.
A Molfetta, piccola città di provincia con una struttura sociale fino a qualche anno fa relativamente omogenea, senza clamorose ricchezze e senza troppe povertà disperanti, questa frattura si avverte dolorosamente nel terrore di chi si ritrova dal lato privilegiato e teme di essere risucchiato dall’altro.
Ed ecco che c’è chi scende in campo a difesa della nuova ricchezza e del nuovo status, senza rimorsi o sensi di colpa, motivato a fare quadrato per proteggere il nuovo reticolo di rapporti sociali e di amicizie, di reciproci riconoscimenti, magari ipocriti, untuosi e temporanei, ma che insieme si sostengono e consolidano.
Ecco che ci si mobilita a difesa del diritto di indossare un “tennis” o un completino pitonato, contro coloro che in quel vestito o nel braccialetto, in quella esibizione cafona, vedono il simbolo della loro rinuncia a poter mandare il figlio in palestra, dopo l’ultimo aumento dell’affitto.
Questa ferita dai lembi dolenti, che ha profondamente modificato la geografia sociale, trova una puntuale corrispondenza nel paesaggio politico. Chi sa leggere riesce a vedere nell’elenco dei candidati e nelle sue ramificazioni, il nuovo reticolo delle solidarietà di casta e di censo, riesce a scorgere le chiusure egoistiche e l’arroccamento su privilegi, magari da poco ottenuti e proprio per questo doppiamente irrinunciabili. Quei nomi sulle liste segnano con geometrica precisione le trame delle ingordigie e dei favori, le raccomandazioni e le sudditanze; si scorgono i grandi disegni di conquista, come le voglie di rivalsa o i desideri tenuti a freno a stento nella logica del branco, le grandi aspettative o l’attesa per le briciole che possano cadere dal tavolo.
Chi riuscirà a ricucire la ferita?
mercoledì 10 maggio 2006
giovedì 21 luglio 2005
1.
Esiste una contraddizione intrinseca e non risolvibile fra democrazia e libertà di coscienza da un lato e l'imperio sulle anime e sui corpi che la chiesa cattolica pretende di esercitare dall'altro. Esiste una asimmetria fra noi che riconosciamo legittimità a ogni pensiero che non neghi la legittimità degli altri pensieri (salvo poi combatterli) e il pensiero cattolico che rifiuta radicalmente la possibilità di essere posto sullo stesso piano degli altri pensieri (che accetta sì il dialogo, ma solo per convincere). Questa asimmetria, semplicemente, non è sanabile. Se il conflitto rimanesse allo stadio di dialogo, magari fra sordi, poco male. Il guaio è che diventa impossibile persino la convivenza quando in virtù di un pensiero che non accetta competizione, la Chiesa pretende di limitare le scelte anche di quanti non condividono il suo pensiero. E badate bene che chi ha deciso di aprire il conflitto su questa contraddizione non siamo stati noi laici, ma Ratzinger invitando i non credenti a comportarsi "come se Dio esistesse", perché l'unico fondamento possibile per l'etica è, sempre secondo Ratzinger, il pensiero cattolico. Perché la Chiesa ha deciso di intraprendere questa che ha tutta l'aria di voler essere una "battaglia finale"?Perché è arrivata a dire che la genetica è una "patologia della ragione" che mette in pericolo la dignità umana e la sacralità della vita? La genetica e la scienza in genere ci mettono di fronte all'evidenza che non c'è soluzione di continuità fra l'uomo e il resto degli esseri viventi. L'uomo non ha alcun diritto di chiedere per sé un posto privilegiato in questo mondo, eppure se ne è appropriato totalmente. Affermare la non separazione fra uomo e natura porta non alla creazione di ibridi e chimere, ma alla riscoperta attraverso la scienza della sacralità della natura. Significa scoprire l'immanenza del trascendente (perdonatemi l'ossimoro). Significa tornare a vedere nella bellezza una epifania della divinità. Significa tornare ad affermare, come facevano i pagani, l'empietà dei cristiani che negano la sacralità della natura.Perché considerare un crimine distruggere un embrione umano e cioè quattro cellule che hanno la consapevolezza di un'ameba, mentre invece viene considerato normale macellare un maiale che ha l'intelligenza di un bambino di tre anni? Qui si salda l'alleanza fra questa Chiesa e l'ordine mondiale basato sulla crescita continua, quello che non può permettersi neanche di immaginare alcun limite al consumo, e che per questo non può permettere che il consumatore percepisca la relazione fra la fettina nel domopack e il vitello sottratto alla madre e macellato. Ma proprio questa alleanza pone la Chiesa in difficoltà, proprio quando percepisce l'idea del limite e vede che la distruzione delle risorse ambientali sta compromettendo l'esistenza di miliardi di uomini ai quali continua a dire "andate e moltiplicatevi", ai quali continua a vietare l'uso del preservativo, ai quali non sa dire altro che "l'amore al di fuori del sacramento del matrimonio è peccato". Uomini e donne che volentieri accetterebbero il purgatorio in una vita ultraterrena pur di evitare l'inferno in questa. Ma che possiamo avere a che fare noi con una Chiesa che ha santificato chi negava la morfina ai malati terminali perché sosteneva che il dolore"avvicina a Cristo"? Che possiamo avere a che fare noi con una Chiesa che nel suo nuovissimo catechismo (quello distribuito negli autogrill) ancora non è capace di dire "no senza se e senza ma" alla pena di morte?
mercoledì 13 ottobre 2004
Esistono gli ecologisti “buoni”?
Sembra, a giudicare da quello che si legge sui giornali o si sente in tv, che gli ecologisti si dividano in due categorie.Alla prima apparterrebbero persone educate e ammodo, ispirate dai buoni sentimenti che provano tutti coloro che sono conviti che la difesa dell’ambiente sia una questione che riguarda tutti allo stesso modo e che, pertanto non si possa non essere ecologisti. “Tutti sulla stessa barca” (come ebbe modo di dire qualche anno fa l’avv. Agnelli): persone impegnate in opere di sensibilizzazione sulla necessità di difesa degli ultimi paradisi ambientali e delle specie in via d’estinzione, gioiosi bambini che con guanti e palette ripuliscono le spiagge, simpatici romantici disposti a vivere per mesi in cima ad un albero pur di difenderlo, ma anche automobilisti catalizzati e massaie differenziate. Insomma belle facce in cui potersi riconoscere.La seconda sarebbe composta, invece, da millantatori e menagrami, divulgatori di falsità e pseudoscienze (vedi per esempio gli interventi mensili di Tullio Regge su “Le Scienze” o quello, recente, su “La Repubblica”) o addirittura da “eco–catastrofisti”, secondo la definizione del ministro della Difesa Martino: nemici della civiltà e dello sviluppo, un vero pericolo per la libertà: “peggio di comunisti e nazisti”. Il fatto è che da quando cose che abbiamo sempre creduto abbondanti e a disposizione di tutti come l’acqua, l’aria pulita, le spiagge o il paesaggio, hanno cominciato a scarseggiare, sono diventate merci. E grazie ad anni e anni di campagne ecologiche e di impegno militante, ciò che è venduto come “ecologico” trova più facile collocazione sul mercato. “Eco” e “bio” fanno, insomma, tendenza.Così esiste oggi l’eco–turismo, gli eco–incentivi, i detergenti ecologici per frutta e verdura, l’eco–diesel; mi è capitato di leggere persino di “eco–molecole per la pelle” su di un giornale femminile. Gli ecologisti, diciamo così, “buoni” servono insomma al sistema delle imprese e del consumo. Gli ecologisti “cattivi”, invece, pensano che il nucleare non sia una gran bella idea e soprattutto da un punto di vista economico, pretendono di intervenire sui piani regolatori, hanno da ridire sul fatto che in Italia si privilegi il trasporto su gomma piuttosto che quello su rotaia e che si voglia fare il ponte sullo Stretto, pensano che nella gestione dei rifiuti ci metta troppo spesso lo zampino la mafia, chiedono controlli sulla salubrità dei posti di lavoro e misure per contenere il traffico cittadino: insomma una rottura. Tant’è che vengono spesso guardati male anche dalla sinistra e dai sindacati.Ho l’impressione che questa distinzione fra “ecologismi”, inutile per capire il ricchissimo mondo degli ambientalisti, possa essere molto utile a chi governa un paese o, da amministratore, si trovi a gestisce un territorio. Poniamo, per esempio, che questo amministratore voglia consentire l’edificazione di un albergo, in deroga a piano regolatore e a leggi di tutela. Non gli farebbe forse comodo dire che le voci di protesta che si levano dalla città provengono solo da ecologisti in malafede pilotati dalle forze politiche di opposizione? E se trovasse una associazione di “ecologisti buoni” disposta, magari in cambio di un piatto di lenticchie, ad attribuirgli una patente di legittimità ecologia, la cosa non risulterebbe ancora più credibile? (Non è casuale, naturalmente, il riferimento alla vicenda di Torre Calderina; a proposito della quale vorrei però far notare come a Molfetta l’accordo di programma sia stato avviato dalla passata amministrazione e a Bisceglie, dove c’è un’amministrazione di sinistra, i cittadini che si oppongono alla lottizzazione di Cala Pantano, di quella parte cioè dell’oasi di protezione in territorio biscegliese, siano accusati di essere in combutta con la destra).
Perché un’amministrazione non può non dirsi “ecologista”.
Se chiedete ad un qualunque cittadino, anche a uno di quelli abituato ad abbandonare bottiglie di birra vuote sui parapetti in riva al mare e a lasciar cadere le cartacce dai finestrini delle automobili, se ritiene che sia importante fare qualcosa per l’ambiente, questo vi risponderà, immancabilmente di sì. Le amministrazioni, di qualunque colore esse siano, devono presentarsi alla pubblica opinione come attente all’ambiente, perché tutti ormai “devono” pensarsi ecologisti: fa parte della natura umana avere di sé una buona opinione e ritenere di nutrire buoni sentimenti. E quelli ecologisti sono dei buoni sentimenti che, inculcati ormai nei bambini sin dalle scuole materne tutte le persone educate dovrebbero provare. (Chi organizza le ronde contro gli extracomunitari “non può” pensare di essere un razzista e chi vuole la guerra non può non pensare di sé di essere un grande amante della pace). Per molte amministrazioni uno degli obiettivi strategicamente più rilevante della propria attività comunicazionali diventa così quello di farsi percepire come attente alle questioni ambientali, qualunque sia la politica del territorio.Il risultato paradossale è che riferendosi a principi di ispirazione ecologica (spesso le parole si trasformano in feticci) si realizzano opere e intraprendono azioni che non solo non hanno nulla di ecologico ma che, se non fosse per la casualità delle proposte, apparirebbero ispirati a desideri di saccheggio rabbioso del territorio.
Accordi di programma e conferenze di servizi.
Oggi la politica di gestione del territorio dell’amministrazione Minervini, appare basata su due pilastri eretti, in verità, dalla passata amministrazione: il ricorso sistematico a accordi di programma e a conferenze di servizi indette dallo Sportello Unico per modificare il PRG e l’utilizzo di Agenda 21 per ottenere finanziamenti europei. Gli accordi di programma e le conferenze di servizi vorrebbero rispondere alla necessità, in vero reale, di una gestione del territorio più flessibile e rapida rispetto a quella consentita dai PRG. Per la verità appare a molti strano che a Molfetta si ricorra a questi strumenti all’indomani dell’approvazione del Piano; ma a questo viene ribattuto che il piano è nato vecchio e che contiene molte valutazioni sbagliate. Naturalmente sarebbe molto istruttivo andare a rileggere i verbali dei vecchi CC e vedere quali obiezioni venivano allora mosse al piano e da chi e confrontare poi quelle obiezioni e quelle persone con le richieste di varianti che vengono oggi presentate; ma non è questo ciò di cui voglio parlare.A me interessa far notare come, ricorrendo in maniera sistematica a conferenze di servizi e accordi di programma, si finisca per sottrarre di fatto il controllo del territorio al CC (la cui rappresentatività è peraltro ormai da anni fortemente limitata dalla crisi dei partiti) e all’interesse della collettività, per affidarlo al casuale gioco delle pressioni e degli interessi privati rappresentati da personaggi politici che, non rispondendo ad alcun partito, non rappresentano ormai null’altro se non la propria famiglia e i propri clienti.
Dove sta andando Molfetta?
Poniamo che un privato abbia, in un punto qualunque del territorio cittadino, la disponibilità di un suolo e che lo ritenga idoneo allo svolgimento di una qualche attività imprenditoriale. Può rivolgersi allo Sportello Unico per le Imprese che provvederà a convocare una Conferenza di Servizi. Se la Conferenza di Servizi esprime parere favorevole la richiesta di variante al PRG passa al Consiglio Comunale per il voto finale.I tempi sono rapidissimi.La Conferenza è un organismo tecnico che esprime il proprio parere sulla base di vincoli e norme. All’interno della Conferenza è il solo sindaco a rappresentare l’indirizzo politico che la città si è dato. È il solo sindaco che esprime un giudizio di compatibilità politica della variante rispetto al piano. (D’altra parte c’è chi sostiene che in questa fase anche il sindaco ha un ruolo tecnico, di garanzia, visto che sarà poi il CC ad esprimere il giudizio politico definitivo).A questo punto la richiesta di variante arriva in CC con un positivo giudizio di fattibilità tecnica, incrostato di aspettative economiche da parte di chi ha presentato il progetto, dei progettisti, delle maestranze e di chi sta a guardare quello che può diventare un utile precedente: al di fuori di qualsiasi logica di piano, come si potrà dire no a Tizio dopo che si è detto di sì a Caio? Se si può fare eccezione per uno perché non per l’altro? Si può anche capire quanto la cosa diventi interessante per chi deve coltivare clientele e costruirsi un consenso (e questo, lo ripeto, a prescindere dall’orientamento politico, come dimostrano le vicende di Altamura e di Gravina) e si può anche capire quanto peseranno le capacità di coalizzarsi e quindi di esercitare pressioni da parte di correnti e schegge impazzite che potranno chiedere qualunque cosa in cambio del sostegno all’amministrazione. Ma si può supporre che non mancheranno neanche le vendette o le ritorsioni. L’accoglibilità o meno di un progetto dipende ormai da regole che non sono più certe. E non mi si venga a dire che esistono comunque delle leggi di tutela (PUTT e quant’altro) che pongono paletti insuperabili perché così non è, come dimostrano le vicenda di Torre Calderina e Cala Pantano o gli scempi che si stanno commettendo nell’ASI dove, tutti i vincoli ambientali e paesaggistici sono stati rimossi dalle stesse norme tecniche di attuazione del PUTT. E si può anche capire quanto far valere le ragioni degli interessi collettivi diventi difficile per un sindaco, l’unico, forse, che possa avere un qualche interesse elettorale, oltre che morale, a rappresentarli.
Agenda 21
Molfetta è stata la prima città in Puglia ad aderire ad Agenda 21 nel 1998.Il principio di fondo di A21 è il cosiddetto “sviluppo sostenibile”: basato sull’idea che l’attività umana non debba pregiudicare le condizioni di esistenza delle future generazioni, A21 sostiene che investire oggi in compatibilità ambientale significa – in tempi medi – acquisire un forte vantaggio competitivo su quei soggetti economici e quelle collettività che non lo avranno fatto. Le risorse non rinnovabili, (petrolio, metalli, territorio) sono destinati ad esaurirsi nel giro di pochi decenni: chi comincia a pensarci da subito non potrà non trovarvi un vantaggio. Ma, siccome il passaggio a modelli di vita non basati sul consumo è contrario a quello che è ormai il senso comune, è indispensabile avviare, attraverso processi ampi di partecipazione, la presa di coscienza da parte della collettività del valore delle risorse ambientali.Forum, Consulte, Progettazione partecipata. Sono tutti strumenti che un Comune che aderisca ad A21 deve porre in essere. E ci deve credere. L’UE è molto generosa con chi aderisce ad A 21. Ma il suo è un investimento in democrazia, in partecipazione e nella crescita della consapevolezza delle problematiche legate all’ambiente.
Intrinsecamente incompatibili.
Non è difficile vedere come questi due modi di pensare la gestione del territorio siano in forte contrasto fra di loro. E non è neanche difficile capire come, per una città con il bilancio così fortemente condizionato dai vari contenzioni persi sugli espropri edilizi degli anni Settanta, senza la possibilità di spremere più di tanto le tasche dei cittadini, senza una concreta possibilità di venire in possesso dell’impianto di compostaggio che, costruito con soldi pubblici, rende parecchi miliardi di vecchie lire all’anno al suo attuale gestore, la possibilità di ottenere finanziamenti attraverso i POR appaia come ossigeno puro.Mettiamoci nei panni di un amministratore: capiamolo, compatiamolo persino. Ha bisogno dell’approvazione del Forum di A21 ma, se questo cominciasse a funzionare veramente, potrebbe dargli molte seccature: vallo a spiegare ai partecipanti del Forum (tutti volontari che sottraggono tempo al lavoro e alla famiglia pur di portare avanti punti di vista ambientalisti) che esistono equilibri politici per mantenere i quali bisogna chiudere un occhio sul paesaggio e sull’ambiente.Rinunciare ai POR? E perché mai? La tentazione di usare in maniera strumentale A21 è forte.
Delibere ecologiste?
È di questi giorni un pacchetto di delibere di giunta che approvano progetti che, a quanto scritto nelle delibere stesse, sarebbero “conformi con gli obiettivi del Forum Agenda XXI”.Il Forum in realtà non si è ancora tenuto e quella presunta conformità è stata dedotta sulla base di principi generali quanto astratti, espressi in una relazione stilata dal responsabile del Forum, forse come introduzione ai lavori dei gruppi tematici, peraltro ancora in corso.Il mero elenco di quei progetti è stato in effetti portato a conoscenza dei partecipanti ad un solo dei gruppi tematici, i quali avevano chiesto di saperne di più, esprimendo anche seri dubbi sulle valenze ambientali di alcuni di essi.
Tre scenari
Quello che è successo, forse solo un incidente di percorso, dispiega tre possibili scenari:
1) L’amministrazione fa in modo che il forum non funzioni nella sostanza ma che gli consenta comunque di compiere tutti gli atti formali necessari e ad ottenere finanziamenti.
2) Il Forum di A21 va avanti fra grandi difficoltà e molte incomprensioni con l’amministrazione. L’amministrazione si impegna a far funzionare il Forum facendolo crescere fino a diventare un luogo di alta partecipazione democratica. Si avviano le progettazioni partecipate di alcune opere pubbliche e si ottengono alcuni finanziamenti.
3) Scontro frontale fra il Forum e l’amministrazione. I partecipanti al Forum decidono di ricorrere all’associazione nazionale degli enti aderenti ad A21 per chiedere di invalidare i lavori e bloccare tutti i finanziamenti. Credo che, a questo punto, Tommaso Minervini debba chiarire ai molfettesi se il suo voler essere "il sindaco di tutti" voglia dire cercare di accontentare il più alto numero possibile di interessi particolari, o, piuttosto, farsi carico degli interessi della collettività nel suo complesso. Che è cosa profondamente diversa, come pensa, ne sia certo, la maggior parte dei suoi elettori.
Perché un’amministrazione non può non dirsi “ecologista”.
Se chiedete ad un qualunque cittadino, anche a uno di quelli abituato ad abbandonare bottiglie di birra vuote sui parapetti in riva al mare e a lasciar cadere le cartacce dai finestrini delle automobili, se ritiene che sia importante fare qualcosa per l’ambiente, questo vi risponderà, immancabilmente di sì. Le amministrazioni, di qualunque colore esse siano, devono presentarsi alla pubblica opinione come attente all’ambiente, perché tutti ormai “devono” pensarsi ecologisti: fa parte della natura umana avere di sé una buona opinione e ritenere di nutrire buoni sentimenti. E quelli ecologisti sono dei buoni sentimenti che, inculcati ormai nei bambini sin dalle scuole materne tutte le persone educate dovrebbero provare. (Chi organizza le ronde contro gli extracomunitari “non può” pensare di essere un razzista e chi vuole la guerra non può non pensare di sé di essere un grande amante della pace). Per molte amministrazioni uno degli obiettivi strategicamente più rilevante della propria attività comunicazionali diventa così quello di farsi percepire come attente alle questioni ambientali, qualunque sia la politica del territorio.Il risultato paradossale è che riferendosi a principi di ispirazione ecologica (spesso le parole si trasformano in feticci) si realizzano opere e intraprendono azioni che non solo non hanno nulla di ecologico ma che, se non fosse per la casualità delle proposte, apparirebbero ispirati a desideri di saccheggio rabbioso del territorio.
Accordi di programma e conferenze di servizi.
Oggi la politica di gestione del territorio dell’amministrazione Minervini, appare basata su due pilastri eretti, in verità, dalla passata amministrazione: il ricorso sistematico a accordi di programma e a conferenze di servizi indette dallo Sportello Unico per modificare il PRG e l’utilizzo di Agenda 21 per ottenere finanziamenti europei. Gli accordi di programma e le conferenze di servizi vorrebbero rispondere alla necessità, in vero reale, di una gestione del territorio più flessibile e rapida rispetto a quella consentita dai PRG. Per la verità appare a molti strano che a Molfetta si ricorra a questi strumenti all’indomani dell’approvazione del Piano; ma a questo viene ribattuto che il piano è nato vecchio e che contiene molte valutazioni sbagliate. Naturalmente sarebbe molto istruttivo andare a rileggere i verbali dei vecchi CC e vedere quali obiezioni venivano allora mosse al piano e da chi e confrontare poi quelle obiezioni e quelle persone con le richieste di varianti che vengono oggi presentate; ma non è questo ciò di cui voglio parlare.A me interessa far notare come, ricorrendo in maniera sistematica a conferenze di servizi e accordi di programma, si finisca per sottrarre di fatto il controllo del territorio al CC (la cui rappresentatività è peraltro ormai da anni fortemente limitata dalla crisi dei partiti) e all’interesse della collettività, per affidarlo al casuale gioco delle pressioni e degli interessi privati rappresentati da personaggi politici che, non rispondendo ad alcun partito, non rappresentano ormai null’altro se non la propria famiglia e i propri clienti.
Dove sta andando Molfetta?
Poniamo che un privato abbia, in un punto qualunque del territorio cittadino, la disponibilità di un suolo e che lo ritenga idoneo allo svolgimento di una qualche attività imprenditoriale. Può rivolgersi allo Sportello Unico per le Imprese che provvederà a convocare una Conferenza di Servizi. Se la Conferenza di Servizi esprime parere favorevole la richiesta di variante al PRG passa al Consiglio Comunale per il voto finale.I tempi sono rapidissimi.La Conferenza è un organismo tecnico che esprime il proprio parere sulla base di vincoli e norme. All’interno della Conferenza è il solo sindaco a rappresentare l’indirizzo politico che la città si è dato. È il solo sindaco che esprime un giudizio di compatibilità politica della variante rispetto al piano. (D’altra parte c’è chi sostiene che in questa fase anche il sindaco ha un ruolo tecnico, di garanzia, visto che sarà poi il CC ad esprimere il giudizio politico definitivo).A questo punto la richiesta di variante arriva in CC con un positivo giudizio di fattibilità tecnica, incrostato di aspettative economiche da parte di chi ha presentato il progetto, dei progettisti, delle maestranze e di chi sta a guardare quello che può diventare un utile precedente: al di fuori di qualsiasi logica di piano, come si potrà dire no a Tizio dopo che si è detto di sì a Caio? Se si può fare eccezione per uno perché non per l’altro? Si può anche capire quanto la cosa diventi interessante per chi deve coltivare clientele e costruirsi un consenso (e questo, lo ripeto, a prescindere dall’orientamento politico, come dimostrano le vicende di Altamura e di Gravina) e si può anche capire quanto peseranno le capacità di coalizzarsi e quindi di esercitare pressioni da parte di correnti e schegge impazzite che potranno chiedere qualunque cosa in cambio del sostegno all’amministrazione. Ma si può supporre che non mancheranno neanche le vendette o le ritorsioni. L’accoglibilità o meno di un progetto dipende ormai da regole che non sono più certe. E non mi si venga a dire che esistono comunque delle leggi di tutela (PUTT e quant’altro) che pongono paletti insuperabili perché così non è, come dimostrano le vicenda di Torre Calderina e Cala Pantano o gli scempi che si stanno commettendo nell’ASI dove, tutti i vincoli ambientali e paesaggistici sono stati rimossi dalle stesse norme tecniche di attuazione del PUTT. E si può anche capire quanto far valere le ragioni degli interessi collettivi diventi difficile per un sindaco, l’unico, forse, che possa avere un qualche interesse elettorale, oltre che morale, a rappresentarli.
Agenda 21
Molfetta è stata la prima città in Puglia ad aderire ad Agenda 21 nel 1998.Il principio di fondo di A21 è il cosiddetto “sviluppo sostenibile”: basato sull’idea che l’attività umana non debba pregiudicare le condizioni di esistenza delle future generazioni, A21 sostiene che investire oggi in compatibilità ambientale significa – in tempi medi – acquisire un forte vantaggio competitivo su quei soggetti economici e quelle collettività che non lo avranno fatto. Le risorse non rinnovabili, (petrolio, metalli, territorio) sono destinati ad esaurirsi nel giro di pochi decenni: chi comincia a pensarci da subito non potrà non trovarvi un vantaggio. Ma, siccome il passaggio a modelli di vita non basati sul consumo è contrario a quello che è ormai il senso comune, è indispensabile avviare, attraverso processi ampi di partecipazione, la presa di coscienza da parte della collettività del valore delle risorse ambientali.Forum, Consulte, Progettazione partecipata. Sono tutti strumenti che un Comune che aderisca ad A21 deve porre in essere. E ci deve credere. L’UE è molto generosa con chi aderisce ad A 21. Ma il suo è un investimento in democrazia, in partecipazione e nella crescita della consapevolezza delle problematiche legate all’ambiente.
Intrinsecamente incompatibili.
Non è difficile vedere come questi due modi di pensare la gestione del territorio siano in forte contrasto fra di loro. E non è neanche difficile capire come, per una città con il bilancio così fortemente condizionato dai vari contenzioni persi sugli espropri edilizi degli anni Settanta, senza la possibilità di spremere più di tanto le tasche dei cittadini, senza una concreta possibilità di venire in possesso dell’impianto di compostaggio che, costruito con soldi pubblici, rende parecchi miliardi di vecchie lire all’anno al suo attuale gestore, la possibilità di ottenere finanziamenti attraverso i POR appaia come ossigeno puro.Mettiamoci nei panni di un amministratore: capiamolo, compatiamolo persino. Ha bisogno dell’approvazione del Forum di A21 ma, se questo cominciasse a funzionare veramente, potrebbe dargli molte seccature: vallo a spiegare ai partecipanti del Forum (tutti volontari che sottraggono tempo al lavoro e alla famiglia pur di portare avanti punti di vista ambientalisti) che esistono equilibri politici per mantenere i quali bisogna chiudere un occhio sul paesaggio e sull’ambiente.Rinunciare ai POR? E perché mai? La tentazione di usare in maniera strumentale A21 è forte.
Delibere ecologiste?
È di questi giorni un pacchetto di delibere di giunta che approvano progetti che, a quanto scritto nelle delibere stesse, sarebbero “conformi con gli obiettivi del Forum Agenda XXI”.Il Forum in realtà non si è ancora tenuto e quella presunta conformità è stata dedotta sulla base di principi generali quanto astratti, espressi in una relazione stilata dal responsabile del Forum, forse come introduzione ai lavori dei gruppi tematici, peraltro ancora in corso.Il mero elenco di quei progetti è stato in effetti portato a conoscenza dei partecipanti ad un solo dei gruppi tematici, i quali avevano chiesto di saperne di più, esprimendo anche seri dubbi sulle valenze ambientali di alcuni di essi.
Tre scenari
Quello che è successo, forse solo un incidente di percorso, dispiega tre possibili scenari:
1) L’amministrazione fa in modo che il forum non funzioni nella sostanza ma che gli consenta comunque di compiere tutti gli atti formali necessari e ad ottenere finanziamenti.
2) Il Forum di A21 va avanti fra grandi difficoltà e molte incomprensioni con l’amministrazione. L’amministrazione si impegna a far funzionare il Forum facendolo crescere fino a diventare un luogo di alta partecipazione democratica. Si avviano le progettazioni partecipate di alcune opere pubbliche e si ottengono alcuni finanziamenti.
3) Scontro frontale fra il Forum e l’amministrazione. I partecipanti al Forum decidono di ricorrere all’associazione nazionale degli enti aderenti ad A21 per chiedere di invalidare i lavori e bloccare tutti i finanziamenti. Credo che, a questo punto, Tommaso Minervini debba chiarire ai molfettesi se il suo voler essere "il sindaco di tutti" voglia dire cercare di accontentare il più alto numero possibile di interessi particolari, o, piuttosto, farsi carico degli interessi della collettività nel suo complesso. Che è cosa profondamente diversa, come pensa, ne sia certo, la maggior parte dei suoi elettori.
lunedì 17 maggio 2004
Guardatevi intorno
Guardatevi intorno: tutto quello che vedrete è artificio.
Non c'è un solo centimetro quadrato intorno a noi che sia così com'è senza che sia stato voluto da una mente e da una mano umana.
Una densa pellicola di manufatti imparentati da una rete di segni ricopre e da significato a qualcosa che altrimenti ci riempirebbe di terrore: è questo quello che abbiamo fatto nel nostro tentativo di trasformare il Mondo in un Giardino.
Qualunque operazione che abbia come scopo quello di modificare la Realtà segue una precedente modificazione della Coscienza e tende ad adeguare quella a questa. [cfr. Eliade sulla tecnologia]
Le cose infatti, al di fuori di un sistema di valori, semplicemente non esistono.
Noi, sopraffatti da questa lussureggiante, intricatissima e consolatoria foresta di simboli in cui ogni mistero è cancellato, rimosso, reso invisibile, ci aggiriamo in essa come sonnambuli: incapaci di vedere quale terribile strumento di distruzione e di morte sia l'automobile, continuiamo a vederla come un oggetto bello e desiderabile; nella costata, chi vede più il vitello scannato e nella pelliccia la volpe bianca con un elettrodo in bocca e l'altro nell'ano?
Questa invenzione collettiva, che muoveva dal desiderio e dalla necessità, ha ricoperto con uno strato di manufatti – e di senso – la Natura, finendo per cancellarla quasi completamente ai nostri sensi; al suo posto ci siamo costruiti un confortevole “piccolo mondo semplice” in cui le cose fanno esattamente quello che noi vogliamo che facciano.
Abbiamo allontanato tutti gli animali che avrebbero potuto arrecarci danno o risultare sgradevoli, abbiamo selezionato varietà di piante che danno frutti così come li immaginavamo nei nostri sogni: abbiamo ridisegnato la Realtà nel modo a noi più congeniale, perchè potessimo vivere con meno fatica possibile. Viviamo una Realtà fatta di strade levigate che portano sempre da qualche parte, da piani di appoggio perfettamente paralleli al suolo, da palazzine dalle linee di semplice geometria euclidea, di notti illuminate dalle luci elettriche per tenere lontani i nostri incubi, di banchi frigoriferi che danno latte e uova e carne già affettata senza che la morte debba più venire a turbarci.
Per poter vivere comodamente abbiamo cancellato dalla nostra quotidianeità la complessità e l'enigmaticità del Mondo; abbiamo dovuto fare in modo di allontanare da noi qualunque cosa potesse turbare la nostra certezza di vivere in un Mondo stabile sul quale possiamo esercitare ogni controllo e quando nonostante tutte le nostre precauzioni l'imprevisto e l'imprevedibile forzeranno le porte della nostra sicurezza, potremo ancora fare finta di non vederlo.
Quest'invenzione collettiva, che noi spesso chiamiamo Realtà, grandiosa operazione di natura metafisica, ci ha resi prigionieri: ha reso prigionieri i suoi stessi creatori.
Dare ordine a ciò che ci pare che non ne abbia, dare il nostro contributo alla Creazione ponendo ordine a ciò che è stato distrattamente dimenticato dal Creatore; dare senso cioè rendere utile all'uomo seguendo l'assunto che il Mondo è stato costruito ad esclusivo beneficio dell'Uomo: agli occhi del Mondo Antico quest'ultima affermazione sarebbe suonata di un'intollerabile empietà.
Nel quotidiano non cerchiamo più di interpretare la Natura, semplicemente l'abbiamo sostituita con un “piccolo mondo semplice” in cui le cose fanno esattamente quello che noi vogliamo
Il paesaggio che ci circonda è il risultato dell'operato, dei desideri, delle aspirazioni, dell'immaginario delle generazioni che ci hanno preceduto: è un'invenzione collettiva fatta di contributi allotrî e di successivi tentativi di razionalizzarli, di conferire loro coerenza; oppure di cancellarli.
Come nell'opera di Magritte che porta quel nome, ciò che ci circonda ha i caratteri dell'invenzione nel suo essere frutto di arbitrio; ma nel suo essere frutto della collettività sembra, non essendo ad alcuno imputabile una responsabilità più che parziale, un'inevitabile frutto della Storia: cecità che ci è indotta dal Presente assunto a misura di tutto.
Nel Centro, dove il senso dell'operare viene meno corrotto dalle derive del senso, il paesaggio viene ricondotto ad una sua coerenza; ma nella periferia, dove tutto viene fatto convivere con tutto, dove il tempo viene scandito dagli sbadigli della Storia e l'abitudine può più che la ragione, il paesaggio assume più spesso l'aspetto di un comico e tragico bricolage.
Non c'è un solo centimetro quadrato intorno a noi che sia così com'è senza che sia stato voluto da una mente e da una mano umana.
Una densa pellicola di manufatti imparentati da una rete di segni ricopre e da significato a qualcosa che altrimenti ci riempirebbe di terrore: è questo quello che abbiamo fatto nel nostro tentativo di trasformare il Mondo in un Giardino.
Qualunque operazione che abbia come scopo quello di modificare la Realtà segue una precedente modificazione della Coscienza e tende ad adeguare quella a questa. [cfr. Eliade sulla tecnologia]
Le cose infatti, al di fuori di un sistema di valori, semplicemente non esistono.
Noi, sopraffatti da questa lussureggiante, intricatissima e consolatoria foresta di simboli in cui ogni mistero è cancellato, rimosso, reso invisibile, ci aggiriamo in essa come sonnambuli: incapaci di vedere quale terribile strumento di distruzione e di morte sia l'automobile, continuiamo a vederla come un oggetto bello e desiderabile; nella costata, chi vede più il vitello scannato e nella pelliccia la volpe bianca con un elettrodo in bocca e l'altro nell'ano?
Questa invenzione collettiva, che muoveva dal desiderio e dalla necessità, ha ricoperto con uno strato di manufatti – e di senso – la Natura, finendo per cancellarla quasi completamente ai nostri sensi; al suo posto ci siamo costruiti un confortevole “piccolo mondo semplice” in cui le cose fanno esattamente quello che noi vogliamo che facciano.
Abbiamo allontanato tutti gli animali che avrebbero potuto arrecarci danno o risultare sgradevoli, abbiamo selezionato varietà di piante che danno frutti così come li immaginavamo nei nostri sogni: abbiamo ridisegnato la Realtà nel modo a noi più congeniale, perchè potessimo vivere con meno fatica possibile. Viviamo una Realtà fatta di strade levigate che portano sempre da qualche parte, da piani di appoggio perfettamente paralleli al suolo, da palazzine dalle linee di semplice geometria euclidea, di notti illuminate dalle luci elettriche per tenere lontani i nostri incubi, di banchi frigoriferi che danno latte e uova e carne già affettata senza che la morte debba più venire a turbarci.
Per poter vivere comodamente abbiamo cancellato dalla nostra quotidianeità la complessità e l'enigmaticità del Mondo; abbiamo dovuto fare in modo di allontanare da noi qualunque cosa potesse turbare la nostra certezza di vivere in un Mondo stabile sul quale possiamo esercitare ogni controllo e quando nonostante tutte le nostre precauzioni l'imprevisto e l'imprevedibile forzeranno le porte della nostra sicurezza, potremo ancora fare finta di non vederlo.
Quest'invenzione collettiva, che noi spesso chiamiamo Realtà, grandiosa operazione di natura metafisica, ci ha resi prigionieri: ha reso prigionieri i suoi stessi creatori.
Dare ordine a ciò che ci pare che non ne abbia, dare il nostro contributo alla Creazione ponendo ordine a ciò che è stato distrattamente dimenticato dal Creatore; dare senso cioè rendere utile all'uomo seguendo l'assunto che il Mondo è stato costruito ad esclusivo beneficio dell'Uomo: agli occhi del Mondo Antico quest'ultima affermazione sarebbe suonata di un'intollerabile empietà.
Nel quotidiano non cerchiamo più di interpretare la Natura, semplicemente l'abbiamo sostituita con un “piccolo mondo semplice” in cui le cose fanno esattamente quello che noi vogliamo
Il paesaggio che ci circonda è il risultato dell'operato, dei desideri, delle aspirazioni, dell'immaginario delle generazioni che ci hanno preceduto: è un'invenzione collettiva fatta di contributi allotrî e di successivi tentativi di razionalizzarli, di conferire loro coerenza; oppure di cancellarli.
Come nell'opera di Magritte che porta quel nome, ciò che ci circonda ha i caratteri dell'invenzione nel suo essere frutto di arbitrio; ma nel suo essere frutto della collettività sembra, non essendo ad alcuno imputabile una responsabilità più che parziale, un'inevitabile frutto della Storia: cecità che ci è indotta dal Presente assunto a misura di tutto.
Nel Centro, dove il senso dell'operare viene meno corrotto dalle derive del senso, il paesaggio viene ricondotto ad una sua coerenza; ma nella periferia, dove tutto viene fatto convivere con tutto, dove il tempo viene scandito dagli sbadigli della Storia e l'abitudine può più che la ragione, il paesaggio assume più spesso l'aspetto di un comico e tragico bricolage.
martedì 31 dicembre 2002
Fassino o della malinconia
Dove non si discute dell’indole tendenzialmente triste del segretario dei DS, bensì dell’idea che lo sviluppo si curi con lo sviluppo.
D’altra parte le nuove frontiere a cui è giunta la ricerca in pochi decenni, offrono l’opportunità di un salto straordinario nella tutela della vita umana e nella qualità dell’esistenza quotidiana. Così come con lo sviluppo di nuove tecnologie è oggi possibile una gestione non conflittuale delle trasformazioni ambientali e del loro impatto sul territorio e habitat, superando la contrapposizione tra tutela dell’ambiente e modernizzazione infrastrutturale.
MOZIONE FASSINO: “La sinistra cambia per governare il futuro. Con l'Italia . Nell'Ulivo”, Tesi n° 10
In un saggio intitolato Le reméde dans le mal Jean Starobinski mette a fuoco il rapporto paradossale che da Rousseau viene instaurato fra il male e il suo rimedio: d’allora in poi entrambi i termini appaiono inestricabilmente avvinti in una spirale ricorsiva che li moltiplica.
Il presunto progredire delle scienze e delle arti, a somiglianza degli ambigui benefici dell’arte medica, costringe le sue vittime a ricorrere continuamente ai suoi prodotti.
Il progredire della civiltà che ha posto fine all’originale stato naturale, ha innescato un processo per cui ai guasti della civiltà, non si può rispondere che con la civiltà stessa, che a sua volta produrrà altri guasti e così via… Il rimedio con cui si è tentato di curare il male originario non ha potuto fare altro che amplificare il male e spingere a ricercare nuovi rimedi.
Starobinski, a partire da questa dinamica paradossale, vede condensarsi una sorta di nuova figura retorica che chiama “telefismo”, da Télefo che, ferito, fu guarito da Ulisse con un preparato che conteneva la ruggine della stessa lancia con cui Achille l’aveva colpito. “Il telefismo – si chiede Starobinski – non potrebbe designare un a duplicazione di ambivalenza, un’ulteriore ambiguità aggiunta all’interno dell’organizzazione sado-masochista?”
(Mitridatismo e omeopatia in questo lontano mito trovano le loro – oscure – ragioni)
O viva morte, o dilettoso male,
come puoi tanto in me s’io nol consento?
Il pascersi dei propri dolori, il rallegrarsi delle proprie afflizioni è il sintomo principale della melencholia, quella che oggi, comunemente, chiamiamo depressione e che Dante chiamava accidia: il male diventa cura e la cura male. Il malinconico si ripiega dolorosamente su sé stesso incapace di trovare altro lenimento se non il ripiegarsi su se stesso: così la cura perpetua gioiosamente il male, infatti senza il male non ci sarebbe il sollievo procurato dalla cura.
Se la malinconia è all’origine del moderno sentire (vedi bibliografia minima in calce) questa nuova figura retorica è alla base del quotidiano discorso sul mondo che, fatto di una progressiva accentuazione della distanza dallo “stato naturale” e dalla cancellazione di tutto ciò, come la morte e il sangue, possa disturbare il consumo, fa dell’aspirazione nostalgica a tutto quanto è naturale uno strumento di vendita.
Conclusione.
L’impero trionfante del logo ha sostituito alla ricerca del senso la consolazione per la sua mancanza. Ma di questa mancanza noi ci nutriamo al fine di essere consolati.
E se l’idea che lo sviluppo si curi con lo sviluppo fosse un artificio retorico di cui non possiamo fare a meno perché ci dà una seppur effimera e superficiale felicità?
E se fosse la consapevolezza di tutto questo a piegare le spalle di Fassino?
Bibliografia
Jean Starobinski, Il rimedio del male, Einaudi 1990
J. J. Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti, in J.-J. Rousseau, Discorsi, a cura di L. Luporini, Milano, Rizzoli, 1997, pp. 33-81
Klibansky, Panofsky, Saxl, Saturno e la Melanconia, Einaudi 1983
Massimo Riva, Saturno e le Grazie, Sellerio 1992
AA.VV. Le macchine celibi, Alfieri 1975 (Eh, eh …)
Francesco Petrarca, Sonetto XXII, (che riporto intero, perché così mi piace)
Soneto XXII
S' amor non è, che dunque è quel ch' io sento?
Ma s'egli è amor, per Dio, che cosa et quale?
Se bona, onde l'effetto aspro mortale?
Se ria, onde si dolce ogni tormento?
S'a mia voglia ardo, onde 'l pianto e 'l lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O viva morte, o dilectoso male,
Come puoi tanto in me s'io no 'l consento?
Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
Fra sí contrari vènti, in frale barca
Mi trivo in alto mar, senza governo,
Sí lieve di saber, d'error sí carca,
Ch'i' medesmo non so quel ch' io mi voglio,
Et tremo a mèzza state, ardendo il verno
D’altra parte le nuove frontiere a cui è giunta la ricerca in pochi decenni, offrono l’opportunità di un salto straordinario nella tutela della vita umana e nella qualità dell’esistenza quotidiana. Così come con lo sviluppo di nuove tecnologie è oggi possibile una gestione non conflittuale delle trasformazioni ambientali e del loro impatto sul territorio e habitat, superando la contrapposizione tra tutela dell’ambiente e modernizzazione infrastrutturale.
MOZIONE FASSINO: “La sinistra cambia per governare il futuro. Con l'Italia . Nell'Ulivo”, Tesi n° 10
In un saggio intitolato Le reméde dans le mal Jean Starobinski mette a fuoco il rapporto paradossale che da Rousseau viene instaurato fra il male e il suo rimedio: d’allora in poi entrambi i termini appaiono inestricabilmente avvinti in una spirale ricorsiva che li moltiplica.
Il presunto progredire delle scienze e delle arti, a somiglianza degli ambigui benefici dell’arte medica, costringe le sue vittime a ricorrere continuamente ai suoi prodotti.
Il progredire della civiltà che ha posto fine all’originale stato naturale, ha innescato un processo per cui ai guasti della civiltà, non si può rispondere che con la civiltà stessa, che a sua volta produrrà altri guasti e così via… Il rimedio con cui si è tentato di curare il male originario non ha potuto fare altro che amplificare il male e spingere a ricercare nuovi rimedi.
Starobinski, a partire da questa dinamica paradossale, vede condensarsi una sorta di nuova figura retorica che chiama “telefismo”, da Télefo che, ferito, fu guarito da Ulisse con un preparato che conteneva la ruggine della stessa lancia con cui Achille l’aveva colpito. “Il telefismo – si chiede Starobinski – non potrebbe designare un a duplicazione di ambivalenza, un’ulteriore ambiguità aggiunta all’interno dell’organizzazione sado-masochista?”
(Mitridatismo e omeopatia in questo lontano mito trovano le loro – oscure – ragioni)
O viva morte, o dilettoso male,
come puoi tanto in me s’io nol consento?
Il pascersi dei propri dolori, il rallegrarsi delle proprie afflizioni è il sintomo principale della melencholia, quella che oggi, comunemente, chiamiamo depressione e che Dante chiamava accidia: il male diventa cura e la cura male. Il malinconico si ripiega dolorosamente su sé stesso incapace di trovare altro lenimento se non il ripiegarsi su se stesso: così la cura perpetua gioiosamente il male, infatti senza il male non ci sarebbe il sollievo procurato dalla cura.
Se la malinconia è all’origine del moderno sentire (vedi bibliografia minima in calce) questa nuova figura retorica è alla base del quotidiano discorso sul mondo che, fatto di una progressiva accentuazione della distanza dallo “stato naturale” e dalla cancellazione di tutto ciò, come la morte e il sangue, possa disturbare il consumo, fa dell’aspirazione nostalgica a tutto quanto è naturale uno strumento di vendita.
Conclusione.
L’impero trionfante del logo ha sostituito alla ricerca del senso la consolazione per la sua mancanza. Ma di questa mancanza noi ci nutriamo al fine di essere consolati.
E se l’idea che lo sviluppo si curi con lo sviluppo fosse un artificio retorico di cui non possiamo fare a meno perché ci dà una seppur effimera e superficiale felicità?
E se fosse la consapevolezza di tutto questo a piegare le spalle di Fassino?
Bibliografia
Jean Starobinski, Il rimedio del male, Einaudi 1990
J. J. Rousseau, Discorso sulle scienze e sulle arti, in J.-J. Rousseau, Discorsi, a cura di L. Luporini, Milano, Rizzoli, 1997, pp. 33-81
Klibansky, Panofsky, Saxl, Saturno e la Melanconia, Einaudi 1983
Massimo Riva, Saturno e le Grazie, Sellerio 1992
AA.VV. Le macchine celibi, Alfieri 1975 (Eh, eh …)
Francesco Petrarca, Sonetto XXII, (che riporto intero, perché così mi piace)
Soneto XXII
S' amor non è, che dunque è quel ch' io sento?
Ma s'egli è amor, per Dio, che cosa et quale?
Se bona, onde l'effetto aspro mortale?
Se ria, onde si dolce ogni tormento?
S'a mia voglia ardo, onde 'l pianto e 'l lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O viva morte, o dilectoso male,
Come puoi tanto in me s'io no 'l consento?
Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
Fra sí contrari vènti, in frale barca
Mi trivo in alto mar, senza governo,
Sí lieve di saber, d'error sí carca,
Ch'i' medesmo non so quel ch' io mi voglio,
Et tremo a mèzza state, ardendo il verno
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